Nell’avvicinarsi della scadenza della presentazione delle liste ritengo utile condividere alcune riflessioni, successive alla prima riunione dell’assemblea provinciale di Gorizia.
- Retorica e persuasione
Sussiste una profonda differenza di linguaggio tra i politici professionisti ed i cittadini attivi. I primi usano un linguaggio strategico, i secondi uno comunicativo (e maggiormente emotivo). Questa differenza sembra sottendere obiettivi diversi. Per i politici professionisti, occupare (legittimamente) posizioni importanti nel nuovo partito. Per i cittadini attivi costruire un partito nuovo, nel senso (forse un po’ ingenuo, ma sicuramente autentico) del partito che hanno sognato. Qui è importante sottolineare una cosa. I cittadini attivi non sono – perlomeno a grande maggioranza – politici professionisti "falliti". Così come non sarebbe giusto ritenere i politici professionisti come "professionisti falliti" in altri campi. Per avvicinare i due linguaggi – obiettivamente diversi – propongo di adottare il primo punto del programma della Lista Aperta (che preferirei chiamare Forum Democratico), essere la parola che si esprime. Essere ciò che si dice. - La politica come professione
All’assemblea il segretario provinciale dei DS ha sostenuto che quella riunione era formata in massima parte da persone prive di legittimità democratica. Perché non elette, in quanto scelte o autoconvocatesi. Il problema è stato posto in buona fede, ma riflette purtroppo una patologia della politica caratterizzante il caso italiano (diciamo perlomeno dal 1968). Solo in Italia esiste nei fatti una contrapposizione tra partiti politici e società civile. Attori che in altri sistemi politici fanno parte entrambi dello stesso ambito (la società civile per l’appunto). Questo perché? Tralasciando una lunga spiegazione tecnica, storico-politica e sociologica, si può dire che in Italia questa separazione tra partito politico e società civile è figlia di due fattori.
- L’evoluzione (degenerativa) della Democrazia Cristiana che si è progressivamente trasformata in un apparato di potere privo di una visione del mondo unificante (quella cattolica democratica), anche a causa all’assenza di un’alternanza possibile.
- La presenza di un Partito Comunista dal notevole peso elettorale – nei fatti non in grado di assumersi responsabilità di governo a livello nazionale - che si è trasformato solo dopo il crollo del comunismo a livello internazionale, ma che non ha mai elaborato il lutto di tale perdita.
Le conseguenze derivanti da questi due fattori hanno un peso (negativo) fondamentale per il Partito Democratico. Infatti – sia pure per motivi diversi – i politici professionisti postdemocristiani e postcomunisti ritengono che i rispettivi apparati (iscritti e organi direttivi) abbiano una legittimità democratica superiore rispetto ai cittadini attivi ed ai forum democratici. Tale superiore legittimità deriva, per i postdemocristiani, dalla riforma del partito avviata da Fanfani dopo il 1954, per cui gli apparati di partito rappresentano l’avanguardia culturale della dottrina sociale e della democrazia di ispirazione cattolica, in un contesto dove inoltre non poteva esserci alternativa alla DC. Per i postcomunisti, dalla concezione politica leninista per cui la democrazia vale solo per i membri del partito, non per le masse che devono essere guidate. Ora però questa fusione tra il "partito dei quadri" di Fanfani ed il partito leninista dei rivoluzionari di professione (quantunque rielaborato) non esiste in nessun sistema politico occidentale, anche perché si tratta di diversi modelli di partito unico (o perché senza alternativa o perché si oppone alla democrazia borghese). Per dirla in termini tecnici: la deliberazione anche informale di cittadini che si mobilitano liberamente in forum democratici è la base di qualunque democrazia rappresentativa (in senso occidentale). Certe concezioni, invece, confondono gli iscritti e gli organi dirigenti dei partiti con gli eletti in una competizione elettorale generale. Non sussiste una contrapposizione tra partito politico e società civile nelle democrazie avanzate proprio perché i partiti politici sono libere associazioni di cittadini la cui selezione interna è un atto privato del tutto simile a quello di una libera assemblea (autoconvocatasi) che elegge i propri rappresentanti in vista di una loro proposizione all’elettorato. Solo all’interno di concezioni - pur diversamente – organiche, per cui il partito politico è legittimato da ragioni superiori ad occupare sia lo Stato che la società civile si può concepire una differente legittimità tra apparati di partito (iscritti, organi direttivi) e cittadini attivi. E’ chiaro che il Partito Democratico non potrà essere un partito nuovo, ma un’originale riedizione della Lega dei Comunisti Jugoslava o dei Partiti Socialisti Operai dell’Europa orientale (con le loro rappresentanze cattoliche) se il 14 ottobre prevarrà questa concezione della diversa legittimità.
Il nuovo ceto politico
Se si chiarisce questo punto, dovrebbero risultare chiare alcune cose. In primo luogo, il metodo "Veltroni" - cioè liste diverse a sostegno di un unico candidato in aggiunta a buone performance mediatiche – si trasforma in un ibrido tra Fronte Popolare (stile 1948) e la "nuova politica" inaugurata da Berlusconi nel 1994, con un punto in comune tra le due epoche, la profonda avversione per una democrazia autenticamente competitiva. Per fortuna, la presenza di candidati concorrenti ha impedito di trasformare il 14 ottobre nel rituale di un’"elezione bulgara", ma l’assenza di candidati alternativi postcomunisti e la scarsa contaminazione delle liste Bindi e Letta da parte di personale DS dimostra obiettivamente un ritardo di cultura politica preoccupante. In secondo luogo, nella società contemporanea non è possibile che un ceto politico viva solo per la politica (cioè per motivazioni espressive). Ma non è anche possibile che un ceto politico viva solo della politica (cioè per motivi strumentali). Al di là della retorica, se il Partito Democratico vorrà essere un partito nuovo questi nodi devono essere sciolti. Indico rapidamente alcune soluzioni. Mescolanza tra ceto politico professionista a tempo indeterminato e politici a tempo determinato (se il lavoro diviene flessibile non si vede perché non possa diventarlo anche la politica). Obbligo della formazione permanente per entrambe queste categorie di politici (specialmente i primi). Utilizzo generalizzato dei forum democratici deliberativi e delle primarie come metodo di selezione del ceto politico. Superamento del partito degli apparati (non ci sono più pezzi di Stato da spartire) e delle tessere (non esistono più i partiti unici o egemoni) a favore di un partito consistente di forum civici, club, associazioni, circoli e fondazioni culturali. Divieto di cumulo degli incarichi. Limite ai mandati in ogni sede.