venerdì 17 agosto 2007

di Daniele Ungaro - Il partito nuovo tra retorica e persuasione

Nell’avvicinarsi della scadenza della presentazione delle liste ritengo utile condividere alcune riflessioni, successive alla prima riunione dell’assemblea provinciale di Gorizia.

  1. Retorica e persuasione
    Sussiste una profonda differenza di linguaggio tra i politici professionisti ed i cittadini attivi. I primi usano un linguaggio strategico, i secondi uno comunicativo (e maggiormente emotivo). Questa differenza sembra sottendere obiettivi diversi. Per i politici professionisti, occupare (legittimamente) posizioni importanti nel nuovo partito. Per i cittadini attivi costruire un partito nuovo, nel senso (forse un po’ ingenuo, ma sicuramente autentico) del partito che hanno sognato. Qui è importante sottolineare una cosa. I cittadini attivi non sono – perlomeno a grande maggioranza – politici professionisti "falliti". Così come non sarebbe giusto ritenere i politici professionisti come "professionisti falliti" in altri campi. Per avvicinare i due linguaggi – obiettivamente diversi – propongo di adottare il primo punto del programma della Lista Aperta (che preferirei chiamare Forum Democratico), essere la parola che si esprime. Essere ciò che si dice.
  2. La politica come professione
    All’assemblea il segretario provinciale dei DS ha sostenuto che quella riunione era formata in massima parte da persone prive di legittimità democratica. Perché non elette, in quanto scelte o autoconvocatesi. Il problema è stato posto in buona fede, ma riflette purtroppo una patologia della politica caratterizzante il caso italiano (diciamo perlomeno dal 1968). Solo in Italia esiste nei fatti una contrapposizione tra partiti politici e società civile. Attori che in altri sistemi politici fanno parte entrambi dello stesso ambito (la società civile per l’appunto). Questo perché? Tralasciando una lunga spiegazione tecnica, storico-politica e sociologica, si può dire che in Italia questa separazione tra partito politico e società civile è figlia di due fattori.
  • L’evoluzione (degenerativa) della Democrazia Cristiana che si è progressivamente trasformata in un apparato di potere privo di una visione del mondo unificante (quella cattolica democratica), anche a causa all’assenza di un’alternanza possibile.
  • La presenza di un Partito Comunista dal notevole peso elettorale – nei fatti non in grado di assumersi responsabilità di governo a livello nazionale - che si è trasformato solo dopo il crollo del comunismo a livello internazionale, ma che non ha mai elaborato il lutto di tale perdita.

Le conseguenze derivanti da questi due fattori hanno un peso (negativo) fondamentale per il Partito Democratico. Infatti – sia pure per motivi diversi – i politici professionisti postdemocristiani e postcomunisti ritengono che i rispettivi apparati (iscritti e organi direttivi) abbiano una legittimità democratica superiore rispetto ai cittadini attivi ed ai forum democratici. Tale superiore legittimità deriva, per i postdemocristiani, dalla riforma del partito avviata da Fanfani dopo il 1954, per cui gli apparati di partito rappresentano l’avanguardia culturale della dottrina sociale e della democrazia di ispirazione cattolica, in un contesto dove inoltre non poteva esserci alternativa alla DC. Per i postcomunisti, dalla concezione politica leninista per cui la democrazia vale solo per i membri del partito, non per le masse che devono essere guidate. Ora però questa fusione tra il "partito dei quadri" di Fanfani ed il partito leninista dei rivoluzionari di professione (quantunque rielaborato) non esiste in nessun sistema politico occidentale, anche perché si tratta di diversi modelli di partito unico (o perché senza alternativa o perché si oppone alla democrazia borghese). Per dirla in termini tecnici: la deliberazione anche informale di cittadini che si mobilitano liberamente in forum democratici è la base di qualunque democrazia rappresentativa (in senso occidentale). Certe concezioni, invece, confondono gli iscritti e gli organi dirigenti dei partiti con gli eletti in una competizione elettorale generale. Non sussiste una contrapposizione tra partito politico e società civile nelle democrazie avanzate proprio perché i partiti politici sono libere associazioni di cittadini la cui selezione interna è un atto privato del tutto simile a quello di una libera assemblea (autoconvocatasi) che elegge i propri rappresentanti in vista di una loro proposizione all’elettorato. Solo all’interno di concezioni - pur diversamente – organiche, per cui il partito politico è legittimato da ragioni superiori ad occupare sia lo Stato che la società civile si può concepire una differente legittimità tra apparati di partito (iscritti, organi direttivi) e cittadini attivi. E’ chiaro che il Partito Democratico non potrà essere un partito nuovo, ma un’originale riedizione della Lega dei Comunisti Jugoslava o dei Partiti Socialisti Operai dell’Europa orientale (con le loro rappresentanze cattoliche) se il 14 ottobre prevarrà questa concezione della diversa legittimità.

Il nuovo ceto politico


Se si chiarisce questo punto, dovrebbero risultare chiare alcune cose. In primo luogo, il metodo "Veltroni" - cioè liste diverse a sostegno di un unico candidato in aggiunta a buone performance mediatiche – si trasforma in un ibrido tra Fronte Popolare (stile 1948) e la "nuova politica" inaugurata da Berlusconi nel 1994, con un punto in comune tra le due epoche, la profonda avversione per una democrazia autenticamente competitiva. Per fortuna, la presenza di candidati concorrenti ha impedito di trasformare il 14 ottobre nel rituale di un’"elezione bulgara", ma l’assenza di candidati alternativi postcomunisti e la scarsa contaminazione delle liste Bindi e Letta da parte di personale DS dimostra obiettivamente un ritardo di cultura politica preoccupante. In secondo luogo, nella società contemporanea non è possibile che un ceto politico viva solo per la politica (cioè per motivazioni espressive). Ma non è anche possibile che un ceto politico viva solo della politica (cioè per motivi strumentali). Al di là della retorica, se il Partito Democratico vorrà essere un partito nuovo questi nodi devono essere sciolti. Indico rapidamente alcune soluzioni. Mescolanza tra ceto politico professionista a tempo indeterminato e politici a tempo determinato (se il lavoro diviene flessibile non si vede perché non possa diventarlo anche la politica). Obbligo della formazione permanente per entrambe queste categorie di politici (specialmente i primi). Utilizzo generalizzato dei forum democratici deliberativi e delle primarie come metodo di selezione del ceto politico. Superamento del partito degli apparati (non ci sono più pezzi di Stato da spartire) e delle tessere (non esistono più i partiti unici o egemoni) a favore di un partito consistente di forum civici, club, associazioni, circoli e fondazioni culturali. Divieto di cumulo degli incarichi. Limite ai mandati in ogni sede.


Daniele Ungaro, membro dell’Assemblea provinciale goriziana per il partito Democratico

di Ivano Strizzolo, Sulle auto-candidature a segretario regionale del PD.

"L’autocandidatura di Gianfranco Moretton, in questa fase, è improvvida e intempestiva.
Bisogna lavorare molto per definire i programmi e per creare le condizioni politiche per candidature condivise non solo all’interno della Margherita ma anche con un ampio confronto con le altre componenti politiche impegnate nel percorso costituente del Partito Democratico.
Non emergono – ad oggi – i presupposti per candidature solide che aprano veramente una prospettiva nuova e condivisa.
Dalla stessa Margherita del Friuli Venezia Giulia possono venire una pluralità di proposte programmatiche e indicazioni di candidatura anche appartenenti ad altre aree politico-culturali.
E’ bene evitare i chiacchiericci e le dispute nominative che – in questi giorni – si sprecano e si sovrappongono ad un vero dibattito politico che possa suscitare passione e interesse da parte dei cittadini.
Non ci devono essere pregiudiziali incrociate tra Margherita e DS perché così non si costruisce realmente un nuovo soggetto politico, né si coinvolgono le espressioni civiche e autonomiste più rappresentative e responsabili. Così pure non hanno senso le dispute di tipo territoriale.
Sono i programmi e la credibilità e affidabilità delle persone che possono imprimere una svolta vera nella nascita del PD.
Il Partito Democratico deve essere costruito con una ampia partecipazione e con proposte frutto di confronto e di coinvolgimento in una realtà composita come quella del Friuli Venezia Giulia.
Per questo, assieme ad altri amici, promuoverò una prima occasione di confronto dopo la pausa ferragostana con l’obiettivo di contribuire a ricercare le proposte politico-programmatiche adeguate ai problemi del nostro Friuli e dell’intera Regione."

Ivano Strizzolo
Deputato dell’Ulivo
Vice-Coordinatore Regionale della Margherita del Friuli Venezia Giulia
12 agosto 2007

martedì 7 agosto 2007

Pier Luigi Bersani: «Nel Pd troppi verticismi»

- intervista su L'Unità del 4 agosto 2007 -

È preoccupato Pier Luigi Bersani. Guarda al modo in cui si sta lavorando alla fase costituente del Partito democratico e scuote la testa: «Vedo tre rischi, di cui uno molto serio e forse anche mortale se non si pone rimedio». Il ministro diessino per lo Sviluppo economico vede la possibile «sottorappresentazione» di una sinistra che definisce «popolare e di governo», vede il rischio che il «carattere federale» del nuovo partito sia trattato come fatto «burocratico anziché politico» quando è chiaro che «un assetto federale non può essere attraversato senza eccezione alcuna da meccanismi nazionali e verticalizzati nella composizione delle liste e nella scelta delle candidature»: «A livello regionale si deve consentire una certa autonomia nelle decisioni, ci deve essere un margine alla fedeltà sia alle regole che ai candidati e ci possono essere formule anche diverse da regione a regione». Ma soprattutto, Bersani guarda con preoccupazione al «rischio di sovrapporre una fase, che deve essere costituente, alla configurazione materiale di un assetto del partito»: «Il meccanismo trovato fin qui non deve diventare un verticismo a cascata. Abbiamo un livello nazionale, un livello regionale. Ora non vorrei che qualcuno pensasse che partendo dall´alto e scendendo giù per li rami si arrivasse a scegliere segretari e ticket fino all´ultima sezione di quartiere».
Per evitare quello che sarebbe un rischio «mortale» per il Pd, dice il ministro diessino Bersani, c´è solo un modo: «Il giorno dopo l´Assemblea costituente dobbiamo ripartire dal basso, dobbiamo mettere lo scettro in mano al popolo dei democratici».Eppure, ministro Bersani, il Pd ha registrato una ripresa.«Questa è la premessa ad ogni ragionamento. Le cose vanno bene, abbiamo un'attenzione larga sul processo, c'è un preludio a una partecipazione alta e anche una riscoperta della possibilità di discutere di politica che non avevamo da tempo. In fondo, anche le incursioni degli ultimi giorni, quelle di Pannella e Di Pietro che sono apparse un po' improprie perché un nuovo partito non è un autobus, testimoniano della capacità di questo progetto di suscitare attenzione».
Dopo la premessa tutta luci, arrivano le ombre?«Arrivano i problemi, che vedo. Noi abbiamo bisogno che tutto il popolo dei democratici si senta motivato. Anzi, tutto il potenziale popolo dei democratici, che deriva sia dagli antichi partiti che dalle nuove attenzioni. Ora, per come è partita la corsa, per come sono state fatte le mosse d'avvio in termini di meccanismi di candidature e formazione delle liste, si affaccia un problema di possibile sottorappresentazione di una sinistra che definirei popolare e di governo. E questo soprattutto nei luoghi di maggior radicamento di questo popolo».
Lei punta il dito su candidature e liste: Veltroni, Bindi, Letta e, per quanto riguarda le liste che sostengono il sindaco di Roma, lista "istituzionale", lista ambiente-sapere e lista di sinistra. Dov'è il problema?«Intanto, lei parla di lista "istituzionale"...».
Quella in cui dovrebbero candidarsi i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita, ma chi l'ha definita "lista principale" è stato contestato da chi lavora alle altre due liste.«Perfetto, ma anche questo neologismo, giustamente virgolettato, segnala che c'è un certo problema. Dopodiché, basta far due conti e si capisce che così andando le cose può esserci un rischio di spaesamento di una parte importante di questo popolo di sinistra».
Il suo sembra un ragionamento che guarda più al passato che al futuro.
«Non è così, prescinde totalmente da idee di fazione o di partiti che non ci sono più. Lo stesso ragionamento varrebbe se ci fossero altre fette di popolo spaesate. E io vorrei che di questo primo problema se ne sia consapevoli tutti quanti, a cominciare da chi lavora sulle liste cosiddette "istituzionali", da chi lavora ad altre liste e anche dagli altri contendenti. Il discorso, che pongo semplicemente alla sensibilità politica di tutti anche se per come è il meccanismo riguarda fattori quasi matematici, riguarda il Pd. E io dico attenzione, c'è una radice molto forte, popolare di sinistra, che deve essere tenuta in conto. Quando sostengo che la parola sinistra non deve essere lasciata incustodita alludo naturalmente ai programmi, alla forma partito, ma alludo anche alle radici».
Diceva "questo primo problema". Vuole dire che non è l'unico con cui ha a che fare il Pd?
«Purtroppo non è l'unico, perché noi abbiamo sempre detto che il Pd dovrà essere un partito a base federale e abbiamo deciso di trattare i livelli regionali come quelli nazionali. Bene, ma adesso che si sta lavorando alle liste questa caratteristica deve avere anche un contenuto politico. Sarebbe cioè curioso che un assetto federale fosse attraversato senza eccezione alcuna da meccanismi di candidatura e di composizione delle liste che fossero nazionali e verticalizzati. Noi dobbiamo invece darci un po' di flessibilità politica».
Che cosa significa?«Che ci deve essere un margine perché nei livelli regionali la fedeltà alle regole, ai candidati, possa avere anche delle correzioni, delle formule anche diverse. E questo perché abbiamo bisogno di incrociare territorio per territorio anche particolari conformazioni politiche e sociali. In concreto questo vuol dire che dobbiamo essere tutti quanti disponibili, a cominciare dai candidati, a consentire che i meccanismi di elezione dei segretari regionali e di composizione delle liste regionali possano avere anche un carattere di autonomia politica. Non è obbligatorio che in tutte le regioni, siccome si sono candidati Veltroni, Bindi e Letta, ci debbano essere i candidati segretari regionali di Veltroni, Bindi e Letta. Si vedrà sul territorio, senza chiedere a ciascun candidato fedeltà eccessive. Il federalismo è un fatto politico, non burocratico, non riguarda le regole. Altrimenti, diciamolo, abbiamo scherzato».
Eppure già si parla di organigrammi pronti, di segretari regionali già decisi: avete scherzato, ministro?«Non è così. E però c'è un terzo problema, che per me è dirimente e può essere anche mortale per il Pd. È il rischio di sovrapporre una fase che comunque deve essere costituente alla configurazione materiale di un assetto del partito. Cioè noi facciamo l'Assemblea costituente per progettare il Pd, non possiamo arrivare a ottobre avendo allestito un partito senza aver discusso come farlo».
Dove dice che è stato commesso l´errore?«Fin qui si è seguito un meccanismo che potrebbe portare ad un verticismo a cascata. In questo si rischia la sovrapposizione di cui parlo. Abbiamo cioè deciso come deve essere il livello nazionale e quello regionale. Bene, si doveva pur partire. Ma adesso temo, e se temo è perché ne ho qualche segnale, che qualcuno stia pensando, forse che tanti stiano pensando, che noi si possa andare avanti a cascata così, cioè che sempre partendo dall'alto, con meccanismi di candidature o di ticket, arriviamo dal nazionale al regionale al provinciale all'ultima sezione di quartiere. Io non sono d'accordo».
La soluzione per evitare un simile scenario? «È assolutamente necessario che il giorno dopo l'Assemblea costituente si riparta dal basso. Il che vuol dire: si sceglie la platea, che può essere sia quella dei votanti del 14 ottobre che una più ampia, la si suddivide per comuni, per circoscrizioni, per quello che si vuole, e si convocano le unità di base».
Dopodiché?«Attraverso discussioni politiche, di documenti, le unità di base eleggono i loro segretari e formano la platea per il livello provinciale. Cioè, in sostanza, parte una fase congressuale almeno fino al livello provinciale. È chiaro che questo processo potrà farsi solo dopo ottobre, però sarà meglio cominciare a discuterne, perché qui sta passando poco a poco l'idea che noi stiamo facendo non l'Assemblea costituente ma un partito così. E non va bene. Dobbiamo ripartire dalla base, dobbiamo dare lo scettro al nostro popolo».
Insomma dopo ottobre si apre il congresso del Partito democratico?«Non pretendo tanto, però dico: attenzione ad un rischio di deriva che sta prendendo piede nel senso comune, per cui il meccanismo adottato fin qui lo trasferiamo tranquillamente giù per li rami fino a ogni singola sezione, dove qualcuno si presenta come candidato, gli altri votano e poi arrivederci e grazie. Una cosa del genere non può esistere. Se gli altri due problemi che vedo possono avere dei correttivi politici che in parte si possono ovviare, questo terzo rischio sarebbe strutturale».
L'Assemblea costituente è chiamata a votare lo Statuto e quindi affronterà anche queste questioni, non crede?
«Bene, appunto per questo bisogna cominciare a discuterne. E se lo dico fin d'ora è perché vedo veramente molta preoccupazione in giro. Se vuoi davvero la partecipazione non puoi chiamare i cittadini solo a scegliere tra due persone quando si tratterà di eleggere i segretari delle unità di base. Ognuno vuole sapere se quello che si candida sta parlando di una cosa che si chiama sinistra, sta parlando di una cosa che si chiama nuovo conio o altro. Si dice che facciamo un partito della società civile, molto partecipato. Bene. Ma facciamo un partito politico, dove la partecipazione è essa stessa formazione alla politica. E quindi prima di eleggere questo o quello, visto che sento già parlare di mezzi ticket per fare i segretari di federazione prossimi venturi, apriamo delle discussioni politiche dal basso e cominciamo a dire che cambieremo registro perché la gente non ha solo la mano da alzare ma anche la testa con cui pensare».
Sempre convinto di aver fatto la cosa migliore a non candidarsi a segretario del Pd?
«Cosa fatta capo ha. Ora guardiamo avanti».
Lei si candiderà nella lista cosiddetta "istituzionale"?
«Non ci crederà ma non ci ho ancora pensato. Sostengo Veltroni, con le mie idee come si vede, però con assoluta lealtà e convinzione. Ne parlerò con lui. Sono a sua disposizione, in questo senso».

venerdì 3 agosto 2007

I Repubblicani abbandonano il PD...

«Privilegiano l’apparato, me ne vado»
01/08/2007 - Il GIORNALE
Ha annunciato che non parteciperà al voto per le primarie del Partito democratico. Onorevole Luciana Sbarbati, perché questo dissenso?
«Ds e Margherita hanno strutturato il nuovo partito in un modo che non condivido, dopo 12 anni insieme con l’obiettivo di fondare questo gruppo».
Valori comuni ma modalità differenti. In concreto che cosa l’ha lasciata in disaccordo?
«Le regole: le hanno fatte su misura per la nomenclatura e l’apparato. Si sono spartiti tutto e nessuno può essere eletto se non contratta con Quercia e Dl. Hanno soffocato lo spirito del Pd».
Dietro questo disagio c’è ancora la speranza di ricucire lo strappo oppure...
«Ho chiesto di incontrare Veltroni: mai avuto risposta. Avrò pur diritto al dialogo, o no? In fondo siamo un soggetto politico. La verità è che il loro silenzio non tiene conto del nostro spessore, forse piccolo nei numeri, ma grande come storia democratica. Eppoi, chiunque ha almeno il diritto di ottenere un sì o un no».
Veltroni ha però ripetuto che il Pd è aperto agli apporti di qualsiasi forza democratica e pluralistica. Allora è uno specchietto per le allodole?
«Spero non lo sia. Certo però hanno fatto regole che valgono se fanno comodo a loro e non valgono quando non fanno comodo a loro. E io dissento».
Hanno bocciato la candidatura di Di Pietro.
«Non hanno saputo comunicare le regole stabilite».
Cosa si propone di fare ora?
«Non voteremo alle primarie del Pd, usciremo dal gruppo dei promotori e ci autosospenderemo dai comitati dove sono presenti nostri rappresentanti».
Resterete nel centrosinistra?
«Continueremo le nostre battaglie cercando altre strade e altri compagni di viaggio».
Pur restando interlocutori privilegiati del Pd...
«Oddio, privilegiati... Hanno perso per strada noi repubblicani e i socialisti. Chi restano? Democristiani e comunisti... Vorrà pur dire qualcosa tutto questo!».
Vuol dire che l’assetto bipolare, se questo è il futuro, è morto prima di nascere.
«Se non cambia la legge elettorale sì. Comunque, anche questo l’ho detto a Veltroni l’ultima volta che l’ho incontrato. Risposte? Zero».

"Il regolamento del Pd? Fatto su misura per Ds e Dl. I Repubblicani sono stati espropriati" 11/07/2007 Luciana Sbarbati sul quotidiano on line Affari Italiani
Luciana Sbarbati, intervistata da Affari, sferra un duro attacco contro il nuovo regolamento del Partito democratico. I repubblicani potrebbero uscire dal comitato? "Non minaccio nulla. Mercoledì ho convocato la Direzione nazionale del partito per valutare il testo, poi valuteremo cosa fare"
Cos'è successo durante la riunione del comitato dei 45? "Sono uscita dalla riunione dopo il mio intervento. Non aveva senso che rimanessi ad ascoltare questioni che riguardavano Ds e Margherita".
Qual è l'oggetto del contendere? "Il regolamento che hanno presentato Ds e Margherita. Noi Repubblicani siamo nel comitato dei 45, ma di fatto siamo stati espropriati della titolarità di soggetto cofondatore del Pd. Veniamo rispolverati nei momenti in cui fa comodo dire che ci siamo anche noi per dare una spruzzata di pluralismo. Siamo nella condizione di dover valutare delle norme fatte da Ds e Margherita che non danno spazio di autentico pluralismo politico. Queste norme non offrono nessuna garanzia per chi non appartiene ai Ds o ai Dl, ma fa parte di altre culture politiche o della società civile. A meno che..."
A meno che? "Non si vada a trattare con loro i posti che possono concedere, sopra o sotto banco. Se il soggetto nuovo doveva essere l'incontro tra diverse culture non ci siamo. Ho ricevuto ieri sera il testo che è legittimo, ma è fatto per due soggetti che devono convivere dandosi delle garanzie reciproche".
Il suo prossimo passo? "Se non c'è rispetto per la dignità politica della mia storia non consentirò a Ds e Margherita di dire che incarnano i valori repubblicani. Ho chiesto ai segretari di Ds e Dl e a Prodi qual è lo spazio per il pluralismo, per le pari opportunità per soggetti altri e per quale motivo il Movimento Repubblicano è stato espropriato di soggetto cofondatore. Ora ci troviamo a dover contrattare. Ma io non passo dalle forche caudine di nessuno. Se la mia storia non è considerata valida facciano pure il Partito democratico. Ma quando ci saranno le elezioni può darsi che i voti dei Repubblicani Europei possano fare comodo".
Sta dicendo che è pronta ad uscire dal comitato? "Non minaccio nulla. Mercoledì ho convocato la direzione nazionale del partito per valutare il testo, poi valuteremo cosa fare".