Anch’io vorrei rispondere all’invito di Elisabetta Damianis ed offrire un breve contributo alla discussione sulla costituzione del Partito Democratico.
Utilizzando il metodo suggerito vorrei proporre di dedicare uno spazio preciso al concetto di “Politica come servizio”. Per molti di noi “mettersi in politica” è stato difficile; in alcune delle nostre famiglie l’idea è stata vista con un po’ di sconcerto, perché la convinzione che la politica fosse una cosa un po’ losca tutto sommato era abbastanza diffusa. Far capire anche a chi ci è vicino, figuriamoci ai nostri concittadini disincantati e disillusi, che fare politica significa mettersi al servizio della nostra comunità ( per inciso, mi è piaciuto molto l’intervento di Michele Cassese su questa espressione) è difficile, perché lavoriamo su un terreno che è di altri. Un terreno che è stato contaminato da chi ha mascherato con abilità dialettica e con intenti manipolatori la banale verità di essere alla ricerca del proprio tornaconto. Non è semplice, però, cercare di decontaminare queste aree perché nella leadership la gente tende a cercare autorevolezza (spesso fraintesa con arroganza e risolutezza). Anche nelle nostre democrazie mature si è disposti a cedere parte della propria sovranità a chi detiene il potere, gli si riconoscono diritti e facoltà e non ci si stupisce se ne abusano a piene mani. Ripensare alla politica come ad un servizio (mi piacerebbe pensare quasi ad un servizio obbligatorio, una sorta di servizio civile) nel quale si dedichi un po’ di tempo ed energie alla propria comunità a titolo gratuito, questa è l’ottica che vorrei applicare. Soprattutto vorrei che i giovani riuscissero a vederla così, non certo ad un modo per trovare lavoro, diventare portaborse e poi, magari avanzare di grado.
In questi ultimi tempi si è parlato molto di costi della politica, ma non basta parlarne. E’ necessario pretendere che gli emolumenti e le indennità siano commisurati alla quantità e qualità dell’impegno, ma non diano alcun beneficio aggiuntivo a qualsiasi attività lavorativa “normale”. In nessun altro paese chi detta le regole ha barato e continua a barare in modo così plateale come da noi.
Dovremmo pretendere un impegno formale da parte di chi vorrà assumere un ruolo politico nel Partito democratico affinché, a partire dal 14 ottobre, lavori attivamente per eliminare i privilegi fin qui accumulati da generazioni di politici che sono riusciti a far passare per interessi comuni quelli che erano in realtà interessi assolutamente privati. Non bastano più dichiarazioni generiche o azioni puramente d’immagine (si riduce qualche auto blu qua o là). Le denunce pubbliche, l’indignazione che suscitano inchieste e reportage – basti pensare a molte puntate di Report o al blog di Beppe Grillo – non hanno ancora spostato di una virgola i testi di tutte quelle norme che continuano a creare disparità e dimostrazioni di arroganza e impunità nella classe politica e nel suo sottobosco.
Credo che se dobbiamo partire da alcuni principi fondamentali per costruire qualcosa di nuovo nel panorama della nostra democrazia potremmo iniziare proprio da questa base.
venerdì 27 luglio 2007
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