martedì 10 luglio 2007

di Mauro Mazzoni

Prima del poter contribuire con un mio modesto contributo ad un eventuale programma, mi permetto di esporre alcune mie personali considerazioni che, nell’arco dell’ultimo incontro, sono emerse esplicitamente.
Sono parecchi anni che, non so per quale motivo, sono inserito in quel contesto, minoritario, di persone che si impegnano in attività politica. Sarà stato, forse, la mia predisposizione all’impegno sociale, in vari campi, che ha fatto di me una di quelle persone che vengono chiamate a raccolta ogni volta che, nel mondo della politica nazionale e non, si prospetta una novità che scuote le nostre coscienze e che ci stimola a contribuire alla sua nascita e alla sua realizzazione.
Quante volte, al sentire le motivazioni che hanno spinto persone, molto più elevate culturalmente, a far sognare in noi la realizzazione di quelle motivazioni che ci hanno spinto a partecipare all’impegno politico. Quante volte, nell’ascoltare gli interventi, di quelle persone culturalmente più preparate di me, mi sono trovato a condividere, non solo, ma a ritrovarmi in sintonia con quei pensieri e quelle filosofie. Quante volte, uscendo, ci siamo guardati tra di noi ed abbiamo detto: finalmente c’è qualcuno che la pensa come noi. Quante volte abbiamo partecipato, non solo nel pensiero ma anche nell’impegno, a portare avanti quei pensieri. Quante volte siamo andati dai nostri, sempre gli stessi, amici a raccontare la novità, la nuova nascita, la realizzazione di quelle radicate prassi che hanno fatto della politica dell’interesse prima delle persone, a titolo personale, che della collettività. Quante volte abbiamo cercato di convincere, gli stessi amici, che qualche cosa si era mosso nel mondo dell’interesse e del menefreghismo. Quante volte siamo andati a votare con la certezza della vittoria, con la certezza del cambiamento, con la certezza del ripulisti in un mondo corrotto e, sempre più, impegnato a risolvere la propria "attività" che altro. Quante volte siamo andati, con la bocca aperta come bambini che sperano nel finale desiderato della bella favola e siamo usciti con la gobba piegata dalla delusione e dallo sconforto. Quante volte questa lezione non ci è servita, non ci si ricorda di essa, non fa parte della nostra storia. Tante volte. Tantissime volte. Ciò sta a dimostrare la nostra predisposizione a quella forma di sadomasochismo che fa di noi paladini e condottieri di sogni mai realizzati. Non ci possiamo fare niente. Siamo fatti così. Gli altri lo sanno e ci stimano mettendocela nel c…. Partiamo, sempre, in salita. Partiamo, sempre, dalla parte degli sconfitti. Partiamo, sempre, con la consapevolezza che, da parte degli altri, quelli che decidono, siamo fatti così, siamo una certezza, siamo lo zoccolo duro, siamo la garanzia, siamo quelli che non devono essere conviti a base di "premi", siamo gli spettatori ubbidienti allo scempio delle nostre aspettative, ubbidienti, nella nostra convinzione, a non disturbare il manovratore, convinti, sempre, che è meglio così che peggio. Così si va avanti da tantissimi anni. Questa è la nostra vita, la nostra illusione politica che ha fatto di noi un sempre più convinto desiderio di cambiamento, di cambio di registro, di modifica sostanziale di un aspetto fondamentale nella vita di una collettività. Che piccola o grande che sia. Siamo arrivati ad esprimere un consenso, tra di noi, che non è arrivato mai a comandare a dettare le regole, a prendere il pallino in mano. Perché? Qui, permettetemi, vado a fare alcune considerazioni, sempre personali, sulle cause.
Quando noi andiamo a esprimere quelle nostre, fondamentali, convinzioni che fanno di noi la radice del nostro impegno, la disponibilità gratuita, il disinteresse ad interessi personali, l’abbattimento di questi, la lotta contro quelle forme subdole, vili, di promesse elettorali, la rabbia verso tutti quelli che lo fanno, l’indicare, invece, quelli che si impegnano in forma diversa, dimenticando che, se sono arrivati a quei vertici, si saranno, inevitabilmente, adattati ad un tran tran uguale e che, forse, per distinguersi, cercano di inventarsi nuove strategie di consenso ma che diventano, in quel momento, i nostri referenti e avanti di questo passo. Perché non siamo cresciuti? Perché non abbiamo radunato consensi tali da cambiare, radicalmente, tutto questo? Perché le nostre convinzioni non hanno fatto braccia nelle coscienze della gente e, sopratutto, di tanti giovani che sperano in un cambiamento sostanziale della politica? Perché. Le nostre coerenze, le nostre rabbie, le nostre illusioni non sono state premiate con il consenso? Dobbiamo domandarcelo. Dobbiamo verificare dove abbiamo e continuiamo a sbagliare. Non possiamo permetterci il lusso di essere sempre presi in giro, non possiamo permetterci il lusso di fallire, va e andrà della nostra considerazione verso quelli che ci guardano fuori dal recinto. Dobbiamo, cominciare, a chiarire che non siamo gli stupidi idioti, gli illusi, i disinteressati. Dobbiamo, cominciare a pretendere che, se quelli che predicano in un determinato senso, devono premiare, se così si può dire, quelli che gli sono più vicini e che questi, nel vincere, non daranno spartizione del bottino ma dimostrazione di vittoria e di realizzazione, finalmente, di quegli obbiettivi che hanno fatta la nostra convinzione e la nostra forza. Dobbiamo, finalmente, dimostrare, a che ci segue, che siamo vincitori. Dobbiamo dimostrare, finalmente, che quelle convinzioni che hanno stimolato l’impegno politico, siano realizzate non con l’ubbidienza ma con il comando. Dobbiamo dimostrare, soprattutto ai giovani, che le promesse fatte da chi le può fare, non sono politica ma interesse. Questo lo si fa solo vincendo. Dobbiamo dimostrare che la politica può essere un impegno sano, non marcio come si crede. Dobbiamo dimostrarlo con i numeri e non con i sogni. Illusioni? Miraggi? Utopie? Sì, ne sono certo se no non saremmo qua a raccontarci tutto questo, saremmo ad impegnarci per un mondo politico, concreto, migliore. Siamo condannati a pensare in questo modo. E’ il solo che riusciamo a fare nostro. E’ la nostra cultura e la nostra storia. E’ la nostra, costante, ricerca della novità, del cambiamento, del nuovo che nasce. Restiamo, se non cambiano i poteri, quelli che "lo prendono" rispetto a quelli che "lo mettono". Per fare questo bisogna impostare dei programmi che non possono essere solo basati su idee ma, anche e soprattutto, su vittorie. Dobbiamo realizzare i nostri desideri per essere più gratificati e per essere sempre più convincenti verso chi ci ascolta e ci crede. Dobbiamo diventare riferimento di cambiamento culturale e politico ai vertici e non restare, sempre, alla base. Non riusciremo a cambiare niente. Resteremo sognatori di un mondo di favole. Continueremo a correre dietro le farfalle che possono chiamarsi Partito Democratico. Dobbiamo, almeno nel contesto locale, mandare a casa tanta gente, convincere tanti a far mandare a casa tanta gente, cambiare le regole del gioco. Impegno impossibile se non ci si prova. L’abbiamo già provato in altri tempi, dobbiamo continuare a crederci cambiando quello che ha fatto di noi dei perdenti. Individuando quegli errori che hanno spianato le strade ai soliti. Ricordando, ai soliti, che la loro vita di interesse è finita, che non giochiamo più con loro, che, solo in questo modo, continueremo, forse, a riscuotere consensi e ingrosseremo le file del nostro pensiero. Come si può fare? Con programmi non solo enunciati ma realizzati. Se no restano parole al vento. Frustrazioni continue di sognatori incalliti. Non ce lo meritiamo! Forse per questo siamo in queste condizioni. E’ più facile convincere un giovane, che non ha lavoro, che ci potrebbe essere un premio se si sta dalla parte del vincente/interessato, che convincere un giovane, che non ha lavoro, che non è in questo modo che risolve i suoi problemi ma è in questo modo non risolve i suoi problemi. Più facile a dirsi che a farsi ma bisogna pur farlo.
Scusate queste mie, forse, prolisse considerazioni ma è un motivo come un altro a togliersi del sassolini o macigni, dalle scarpe che hanno fatto di me, più che un camminatore verso la meta, un peccatore, con tanto di supplizio, verso la meta che non arriva mai.
Detto questo, ritorno all’inizio del mio pensiero, con un apporto ad un programma che possa coinvolgere un numero sempre più grande di seguaci o, meglio dire, di convinti compagni di strada.
Una mia convinzione, spero non sia solo mia, è quella di coinvolgere, ad un programma, più persone possibili perché ritrovino, in quello, interesse comune. Far sì che gli obbiettivi possano coinvolgere più consensi possibili, senza stravolgere o imporre, ad altri, soluzioni non gradite. Cercare di formare coscienze che non trovino solo ed esclusivamente benefici propri ma che credano che l’insieme può e deve diventare interesse comune. Guardare fuori dal proprio orto e cominciare a guardare la campagna. Sognare in grande. Ricordare che la ricchezza degli altri è anche la propria ricchezza se inserita nello stesso interesse. E viceversa. Non pensare che i propri obbiettivi devono imporsi ad altri ma che, insieme ad altri, possano realizzarsi in un quadro d’insieme. Ragionare su un territorio più vasto con menti più vaste nell’accogliere questi pensieri. Rafforzare il territorio in un obbiettivo che possa coinvolgere, il più possibile, zone sempre più vaste. Abbattere, rispettando le diversità e magari rafforzandole, quei campanilismi che hanno limitato lo sviluppo dell’insieme a beneficio del proprio, con il difetto che proponendo il grande si possono proporre tantissime cose e nel piccolo solo alcune. Questo pensiero, che non è solo filosofico, ma soprattutto concreto, lo identifico nel territorio della nostra provincia, che, possono fare quello che vogliono, non è possibile cambiare in nessun modo. Per fare questo. Però, dobbiamo abbattere non solo confini di borgo ma confini di storia, cultura, ricordi. Bisogna, possibilmente, guardare avanti portandoci dietro tutto quello che può fare sviluppo e integrazione non solo tra popoli diversi ma anche e soprattutto tra comunità della nostra provincia. Dobbiamo incominciare, se possibile, a pensare che è importante divertirsi in tanti e non solo in pochi, a beneficio di altri. Bisogna rafforzare gli intendimenti comuni, le peculiarità proprie, le caratteristiche che, nell’insieme, rafforzino il territorio e lo rendano interessante agli occhi di che ci guarda. Solo così riusciremo a diventare interessanti e invidiati. Solo così riusciremo a proporre differenziazioni che, se un tempo hanno diviso e isolato, diventino esempio di convivenza, di sviluppo, di proposte, di crescita, di interesse. Così le nostre peculiarità che diventeranno la nostra forza, perché questa nostra provincia ha questa forza e deve svilupparla insieme a chi ci sta vicino e, voglia o non voglia, deve convivere e svilupparsi.
Il territorio di questa nostra provincia, così diverso e così delimitato nella sua estensione, può diventare, e deve diventare, interessante dal punto di vista non solo turistico, enogastronomico, ma soprattutto culturale, come esempio d’integrazione e di superamento di quelle ferite, che rimangono per tanti aperte, e che non portano a niente se non al solo ricordo di rancori, odi, incomprensioni. Il mondo cambia e noi dobbiamo cambiare. Se restiamo aggrappati ai ricordi, invecchieremo con loro senza prospettive per i nostri figli e per la nostra futura storia. Uno sforzo immane, ma uno sforzo che potrà dare frutto. Dissodiamo il terreno dai sassi che non danno frutto e impiantiamo il seme dello sviluppo che darà, se sapremo coltivarlo, futuro al nostro territorio.
Ringrazio chi mi ha dato la possibilità di esprimere questi miei confusi pensieri. Spero tanti possano fare lo stesso, per contribuire alla crescita comune, in modo tale che la cosa più importante per noi non sia vincere da soli, o far vincere il proprio pensiero, ma far sì che la vittoria dell’altro sia la nostra vittoria, perché condivisa e desiderata. Forse, questo, è più facile a dirsi che a farsi ma bisogna incominciare, almeno, a dirlo.
Mauro Mazzoni

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