venerdì 27 luglio 2007

di Francersco Russo - La scommessa del PD

Perché a poco più di tre mesi dalle primarie per la costituente per il Partito democratico non sembra ancora essere scattato nel cuore e nella mente degli italiani quel desiderio di identificazione e di partecipazione che è la benzina di ogni nuova impresa politica di successo? E perché persino la scenografica discesa in campo di Walter Veltroni dopo un iniziale picco di attenzione e di entusiasmo sembra già oggi (come confermerebbero alcuni sondaggi) far fatica nella prospettiva di invertire questa tendenza?
Vi sono tre nodi principali che, a mio parere, militanti e potenziali simpatizzanti del Pd attendono di veder risolti prima di aderire convintamente a quella che avrebbe le potenzialità per rivelarsi la vera novità del panorama politico italiano del prossimo decennio.
In primo luogo il tema di una partecipazione universalmente auspicata, ma sostanzialmente negata. Qual è il senso, si chiedono in molti, di invitare qualche milione di italiani a votare il 14 ottobre se tutto sembra già deciso? Se il leader è già stato incoronato a Roma, se le segreterie dei partiti pare si apprestino a spartirsi le candidature (uniche e unitarie, un po’ Ds un po’ Margherita) dei 20 segretari regionali, se si prevedono liste chiuse senza possibilità di esprimere preferenze che probabilmente ricalcheranno rigidamente le divisioni correntizie dei vecchi apparati?
Il rischio (che molti oggi considerano la più concreta delle ipotesi), di vedere al voto solo poche decine di migliaia di esponenti del ceto politico sarebbe la conseguenza quasi automatica di questo scenario.
Se nessun segnale venisse da un approccio meno difensivo della classe dirigente il Pd rischia, poi, di perdere una seconda decisiva scommessa: quella di riuscire a rispondere alla richiesta di novità e di discontinuità che oggi emerge da una società disillusa e arrabbiata nei confronti della politica. Non è nuovismo quello che serve al centrosinistra, ma certamente un partito diverso da quelli che conosciamo. Un partito vero, animato da culture politiche robuste e moderne, aperto e realmente democratico al suo interno così come previsto dall’articolo 49 della Costituzione. Un partito che non nasca, perciò né dallo scontro né da un semplice accordo di potere fra Ds e Margherita ma da una vera contaminazione aperta ai contributi esterni.
La simpatia che oggi la coppia Letta-Bersani sembra ispirare in un’ipotetica sfida a Veltroni-Franceschini pare, ad esempio, dovuta proprio all’idea che le cose nuove nasceranno necessariamente dal superamento delle antiche appartenenze e che in futuro ci si unirà su progetti politici omogenei e non per semplice accostamento di esponenti dei vecchi partiti.
In ultimo va detto che pare abbastanza incomprensibile (e in fondo molto berlusconiano) limitarsi ad un dibattito sulla leadership quando ancora poco o nulla si è detto e deciso sulle scelte programmatiche, sull’idea di società e sul modello di partito che dovranno convincere gli italiani a scegliere il Pd.
È evidente lo straordinario spazio elettorale che oggi esisterebbe per una forza politica che fosse caratterizzata da scelte di trasparenza e di sobrietà, capace di rifiutare i parassitismi e le rendite di posizione, in grado di premiare il merito e la qualità a partire dalla selezione dei suoi dirigenti. Un partito con una struttura leggera ma professionale, che usi con intelligenza le primarie o altri strumenti di ampia partecipazione per non correre il rischio di chiudersi in modo autoreferenziale.
Un Pd con queste caratteristiche potrebbe credibilmente chiedere il consenso degli italiani per cambiare l’attuale legge elettorale che rende impossibile governare il Paese, per aiutare le famiglie e per modernizzare la Pubblica amministrazione, per favorire la libertà di impresa ed una più moderna rete di solidarietà sociale capace di garantire accoglienza e sicurezza, per investire sulle reti tecnologiche e favorire un rapporto equo fra le generazioni che non costringa a scegliere se pagare le pensioni di oggi o quelle di domani, per sanare il debito e, appena possibile, abbassare le tasse.
E, forse, riaccendere, se non la passione, almeno un po’ di quella fiducia che è necessaria ad avviare una scommessa dal cui successo o fallimento dipenderanno non poco i destini dell’Italia.
Francesco Russo

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