lunedì 30 luglio 2007

di Maurizio Negro

Cari amici,
ho letto i diversi contributi, giunti in questi giorni, che condivido; ma come non si possono condividere simili ideali di comunità, condivisione, convivenza, democrazia, legalità, rispetto delle regole e dei valori, ecc.
L’importante è poter realizzare almeno parte di essi, altrimenti è solo retorica.

Vorrei mettere a disposizione alcune mie riflessioni, quelle di una persona che fin da adolescente ha vissuto il mondo dell’associazionismo (volontariato) e, grazie a questa realtà, ha avuto l’opportunità di comunicare e condividere momenti di vita vissuta in molti paesi del mondo, oltre ché essere in contatto con buona parte della provincia italiana.
La mia formazione famigliare (fondamentale) e quanto poc’anzi evidenziato mi porta a condividere un pensiero sostanziale nella scelta della strada da intraprendere: se vogliamo arrivare primi dobbiamo corre da soli, ma se vogliamo arrivare lontano dobbiamo camminare insieme. Ho sempre creduto e operato nella seconda ipotesi e cercato il lato positivo delle cose:
  • La centralità della famiglia, sia formale, sia di fatto (questo è ancora un altro argomento di discussione) quale primo cardine della società: luogo di crescita, educazione e formazione. Nucleo che deve essere tutelato nel suo insieme, dal punto di vista sia sociale, sia economico. In Italia si è provveduto a mediare tante "toppe", ma rimaniamo sempre lontani da quello che dovrebbe essere lo spirito di una società civile. I punti di riferimento si possono trovare nell’organizzazione della famiglia dei paesi del centro e del nord Europa;
  • La certezza delle regole: purtroppo il legislatore è abituato ad improvvisare, facendosi trasportare dall’emotività e dall’accadimento degli eventi, quindi crea una moltitudine di norme confuse e contraddittorie fra loro. Le regole devono essere applicabili, certe e fatte rispettare. Non servono norme vessatorie e difficilmente applicabili. Troppo spesso anche i regolamenti attuativi sono lasciati alla discrezionalità. Tutto questo crea differenze applicative delle stesse, non solo da regione a regione, ma anche all’interno delle stesse. E non parliamo dell’Europa!
  • La fondamentale ricerca di ridurre le disparità economico-sociali: via via cresciuta negli anni. Da una parte troviamo soggetti deboli ed indifesi e giovani incapaci di progettare il loro futuro, dall’altra soggetti giuridici atti alla difesa dei privilegi particolari ed individuali, non sempre sostenibili. Forse il Paese meriterebbe una riforma generale, ma nessuno osa toccare le corporazioni;
  • La promozione della centralità della persona, senza distinguo di razza, sesso, religione, ecc. Per raggiungere quest’obiettivo non dobbiamo creare norme a tutela: queste potrebbero essere viste quali privilegi, ma soprattutto si verrebbero ad evidenziare i “diversi per legge”. Ritengo che, se siamo tutti uguali, non dobbiamo tutelate e tollerare nessuno solo perché è “diverso”, ma condividere le stesse norme di convivenza;
  • Le istituzioni ed i partiti devono collaborare con la società civile e con le associazioni, vero patrimonio culturale e rappresentanti delle specificità del nostro Paese. Le associazioni sono luoghi di rivalutazione dei valori, di formazione dei giovani e fucina di esperti dei vari settori e, col passare degli anni, sempre più di servizio e supporto alle istituzioni e come tali meritano di avere la giusta considerazione;
  • Il ritorno alla vera rappresentanza: è ora di finire di prendere le decisioni al “caminetto”. La costituzione parla di amministratori democraticamente eletti quali rappresentanti del popolo e di partiti quali momenti aggregativi del popolo e luogo di confronto. Ricordo che un tempo in nostri rappresentanti si mescolavano alla gente ed ascoltavano le loro istante, oggi, ho l’impressione che, quanti si definiscono nostri rappresentanti, non si confrontino con la gente, ma, anzi, al momento “del bisogno”, vadano a taddiare la gente raccontando solo le loro ragioni;
  • La correttezza del proporsi: ritengo che, chi si propone, o è proposto, a ricoprire un ruolo, non debba dimostrare di essere meglio dell’altro con la denigrazione, ma bisogna dimostrare la propria capacità, esperienza ed attitudine;
  • I programmi devono essere condivisi, credibili ed applicabili. Quando ci presentiamo davanti all’elettorato con un programma, il più delle volte questi non sa cosa farsene. Troppo spesso è un libro dei sogni composto da bravi letterati e provetti giuristi. Un programma serio e credibile deve accompagnare persone altrettanto serie e credibili;
  • La riforma elettorale: il perseguimento della governabilità di un paese e, soprattutto, la capacita di rimanere a capo di una coalizione di governo, non deve mai perdere di vista i fondamenti della democrazia. Personalmente, credo che la democrazia e la libertà non siano esportabili, ma sono l’eredità di un popolo, la sua formazione etnico-culturale e rappresentano il livello di consapevolezza e maturità raggiunti. Non credo che il bipolarismo sia la migliore soluzione alla governabilità del popolo italiano e la sua applicazione n’è l’emblema. I premi di maggioranza, se la coalizione è compatta, tendono alla “dittatura democratica” altrimenti si rischia di essere ostaggio di individualità poco rappresentative. Questo sistema ha favorito il proliferare di partiti “ad personam”. Sono propenso ad un sistema proporzionale, rappresentativo del territorio, con un quorum minimo;
  • La formazione scolastica: (non parlerò degli stipendi dei docenti, questi deve essere argomento di riflessione socio-economico sopra evidenziato) sono decenni che stiamo discutendo se la formazione deve essere funzionale alla professione che si vorrebbe intraprendere o se deve dare le nozioni fondamentali per essere flessibili elle dinamiche dei tempi e della vita. E’ certo che non abbiamo raggiunto né l’uno né l’altro obiettivo, ma perso quella specificità che ci contraddistingueva.
  • L’economia è un fattore sociale: una società civile necessita di economia ed il sistema economico deve essere sostenuta dalla società nel suo insieme. E’ utopistico pensare ad un’economia senza il capitalismo, ma questi non deve essere conservatore, ha bisogno prima di idee e poi d’investimenti ed uno stato moderno non può essere costantemente in ritardo, come il mondo industriale non può vivere solo in funzione dei contributi pubblici.

Non mi dilungherò in altri argomenti che meriterebbero una trattazione a parte o che sono già stati trattati da altri, mentre le problematiche locali hanno già trovato ampio spazio durante la lunga campagna elettorale.
Cordiali saluti.
Maurizio Negro

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